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John Green CERCANDO ALASKA Looking for Alaska, 2005 Alla mia famiglia: Sydney Green, Mike Green e Hank Green "Ce l'ho messa tutta per far bene" (le ultime parole del Presidente Grover Cleveland) Centotrentasei giorni prima la settimana prima di lasciare la mia famiglia, la Florida e tutto il resto della mia vita da ragazzino per andare in un liceo-campus in Alabama, mia madre insisté per infliggermi una festa d'addio. Dire che non mi aspettavo granché sarebbe sottovalutare clamorosamente la realtà. Ero stato più o meno obbligato a invitare tutti i miei "amici di scuola", cioè l'accozzaglia di svitati del laboratorio di teatro e di secchioncelli intellettuali con cui condividevo, per esigenze sociali, la squallida mensa del mio liceo pubblico, ma sapevo che non sarebbe venuto nessuno. Eppure mia madre si incaponì, cullandosi nell'illusione che in tutti questi anni io le avessi nascosto la mia immensa popolarità. Preparò una ciotola di salsa di carciofi formato piscina. Appese in salotto festoni verdi e gialli, i colori della mia nuova scuola. Comprò due dozzine di candeline pirotecniche e le dispose intorno al bordo del tavolino del soggiorno. E alle 16.56 di quell'ultimo venerdì, quando i miei bagagli erano quasi pronti, si sedette sul di- vano del salotto insieme a mio padre e a me, e si mise ad aspettare pazientemente l'arrivo del Battaglione "Addio caro Miles" Detto battaglione si rivelò composto da due persone due: Marie Lawson, una biondina smilza con gli occhiali rettangolari, e il suo fidanzato Will, un tipo che definirò cicciottello per carità di patria. «Ehilà, Miles» disse Marie, sedendosi. «Ehilà» dissi io. «Come ti è andata l'estate?» chiese Will. «Bene. A te?» «Non c'è male. Abbiamo fatto Jesus Christ Superstar. Io ho dato una mano per le scene, Marie curava le luci.» «Che figata» approvai con aria competente, e con questo gli argomenti di conversazione erano praticamente esauriti. Avrei potuto chiedergli qualcosa su Jesus Christ Superstar, senonché: 1) neanche sapevo cos'era, 2) non me ne importava e 3) la conversazione banale non è mai stata la mia specialità. Comunque, la mamma era capace di chiacchierare per ore intere, e tamponò l'imbarazzo riempiendoli di domande su come avevano organizzato le prove, com'era andato lo spettacolo e se era stato un successo. «Direi di sì» fece Marie. «C'era un bel po’ di gente, direi.» Marie era il tipo che "direbbe" un sacco. Alla fine, Will disse: «Be, abbiamo solo fatto una scappata per salutarti. Devo riportare Marie a casa per le sei. Divertiti al campus, Miles.» «Grazie» dissi, sollevato. L'unica cosa peggiore di una festa con solo due persone è una festa con solo due persone immensamente e abissalmente insignificanti. Se ne andarono. E così rimasi seduto con i miei genitori a fissare la tivù spenta. Avevo una gran voglia di accenderla, ma sapevo che non era il caso. Sentivo i loro sguardi su di me, pronti a vedermi scoppiare a piangere o cose del genere, come se non avessi saputo dal primo momento che sarebbe andata proprio così. Ma lo sapevo, io. Avvertivo la loro commiserazione mentre intingevano le patatine nella salsa di carciofi destinata ai miei amici immaginari, ma erano loro quelli da commiserare, non io. Io non ero deluso. Le mie aspettative si erano realizzate. «È per questo che vuoi andartene, Miles?» domandò la mamma. Ci pensai un momento, sforzandomi di non guardarla. «Oh... no» risposi. «E allora perché?» chiese lei. Non era la prima volta che sollevava la questione. La mamma non faceva i salti di gioia all'idea di mandarmi al campus, e non l'aveva mai nascosto. «Lo fai per me?» domandò papà. Lui era stato a Culver Creek, la scuola alla quale mi ero iscritto, c'erano stati i suoi due fratelli e tutti i loro figli. Credo che gli piacesse l'idea di vedermi seguire le sue orme. Gli zii mi avevano raccontato un sacco di storie su quanto era famoso papà al campus. Era quello che faceva più casino, e anche quello che prendeva i voti migliori in tutte le materie. Molto meglio della vita che facevo io in Florida. Ma no, non lo facevo per lui. Non proprio. «Aspettate un attimo» dissi. Andai nello studio di papà e cercai la sua biografia di Francois Rabelais. Mi piaceva leggere le biografie degli scrittori, anche se (come nel caso di monsieur Rabelais) non avevo mai letto le loro opere. Sfogliai il libro verso la fine e scovai la frase segnata con l'evidenziatore. (NON USARE MAI UN EVIDENZIATORE SUI MIEI LIBRI, papà me l'aveva detto mille volte. Ma sapete un altro modo per trovare subito ciò che cercate?) «Ecco, c'è questo signore» dissi, affacciandomi sulla soglia del salotto. «Francois Rabelais. Poeta. E le sue ultime parole sono state: "Vado a cercare un Grande Forse." Ecco perché voglio andare via. Così non dovrò aspettare di essere in punto di morte per mettermi in cerca di un Grande Forse.» Questo li mise a tacere. Stavo inseguendo un Grande Forse, e sapevano quanto me che non l'avrei certo in

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